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Delinquenza a Olbia e quei numeri urlati dalla città e omessi dalla politica

Quindici episodi in quaranta giorni e diversi agenti feriti riaprono il confronto sulla sicurezza quotidiana

Mauro Orrù di Mauro Orrù
11 Febbraio 2026 ore 20:47
in Editoriali, Top
Tempo di lettura 4 min.
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Quindici episodi in quaranta giorni. È il perimetro temporale che va dal 1° gennaio all’11 febbraio. Dentro questo arco ristretto si concentrano reati contro il patrimonio, aggressioni, incendi, traffici di droga, un caso di bancarotta e il ritrovamento di un ordigno artigianale inesploso. Non è una statistica ufficiale ma è una fotografia parziale che merita attenzione.

Il dato percentuale è netto. Il 26,7% riguarda reati contro il patrimonio: furti su auto, spaccate in serie ai danni di attività commerciali, contraffazione. Un altro 26,7% è composto da reati violenti contro la persona: aggressioni, maltrattamenti, il tentato omicidio contestato nell’episodio delle forbici. Il 20% è rappresentato da incendi e danneggiamenti, tra abitazioni e veicoli. Gli stupefacenti pesano per il 13,3%, con un sequestro di 23 chili di cocaina al porto e un’indagine su introduzione di droga e telefoni in carcere. Il restante 13,4% si divide tra esplosivi e reati economici.

Sono numeri che da soli non certificano un’emergenza ma raccontano una pressione costante. Gennaio concentra il 66,7% degli episodi. Febbraio, in appena undici giorni, è già al 33,3%. Non è un episodio isolato che altera la media. È una sequenza.

Anche la distribuzione territoriale non è neutra. L’area porto-Isola Bianca compare più volte. Il centro cittadino ritorna nelle cronache. Via dei Lidi, via Genova, Tannaule, Orgosoleddu, l’area ferroviaria. Zone diverse che hanno in comune l’alta frequentazione e la facilità di movimento. È qui che si misura la differenza tra sicurezza formale e sicurezza percepita.

Non si contano omicidi. È un dato oggettivo. Ma la sicurezza non si esaurisce nell’assenza del delitto più grave. Se nella vicenda delle aggressioni con forbici del 10 febbraio non si parla di duplice omicidio è perché le vittime sono riuscite a sottrarsi miracolosamente ai colpi. Il cane, povera bestiola, è morto tra mille sofferenze. La qualificazione giuridica dipende da un esito che poteva essere diverso per pochi centimetri o per pochi secondi.

C’è poi un elemento che raramente entra nelle percentuali. Dal primo gennaio non si contano gli uomini delle Forze dell’ordine finiti al Pronto soccorso con fratture, contusioni e ferite riportate durante il servizio. Interventi per sedare una lite familiare che si trasformano in aggressioni. Controlli in strada che degenerano in colluttazioni. Personale sanitario colpito mentre svolge il proprio turno. Guardie giurate ferite durante un servizio di vigilanza. Ogni accesso al Pronto soccorso è un indicatore di tensione. Ogni referto è il segno di un confronto fisico che non dovrebbe essere ordinario. Nessuno ne parla come fenomeno diffusa ma ai giornalisti di cronaca non sfugge. 

Il tema non è solo la quantità ma la qualità dei fenomeni. Le spaccate notturne non sono solo danni economici. Sono serrande divelte, vetri infranti, attività che riaprono con fatica. Gli incendi su veicoli non sono solo statistiche. Sono famiglie che al mattino trovano l’auto inutilizzabile. Il traffico di droga non è solo un sequestro record. È una filiera che presuppone domanda, distribuzione, controllo malavitoso del territorio.

Alcune aree vengono citate con insistenza nel dibattito pubblico: il passaggio a livello in uscita da via La Marmora, via Civita e piazza Mercato, la pizzetta di via Armando Diaz, tratti di via Vittorio Veneto a partire da via Fiume. Luoghi dove la presenza di gruppi per delinquere semi stanziali è segnalata con regolarità. Ci sono sempre facce nuove che sottolineano un ricambio a falange romana. Si disperdono al passaggio di una pattuglia e rioccupano lo spazio in pochi minuti. È un meccanismo noto a chi vive o lavora in quelle zone. Chiedetelo al B&B di via Fiume. È noto anche a chi cerca droga e conosce con precisione i punti di riferimento.

Dire che si tratta di microcriminalità può essere tecnicamente corretto. Ma quando gli episodi si sommano e incidono sulla quotidianità, la definizione rischia di apparire riduttiva. Una città non diventa insicura solo quando registra un omicidio. Diventa fragile quando la normalità si incrina. Quando chi indossa una divisa esce di casa sapendo che potrebbe rientrare con una frattura. Quando un commerciante chiude la sera con il timore di ritrovare la vetrina sfondata. È una brutta sensazione che la politica locale tende a sminuire ma che tutta la comunità urla da tempo a gran voce. 

Quindici episodi in quaranta giorni non fanno di Olbia una città fuori controllo. Ma non consentono neppure di liquidare il fenomeno come marginale o addirittura inesistente per la maggioranza di destra al governo. Nel computo mancano i reati da “Codice rosso” che a Olbia sono tanti mentre scarseggiano i braccialetti elettronici con vittime più esposte alle ire dei carnefici. I numeri, in ogni caso, invitano a una riflessione che va oltre la contabilità. Riguarda la qualità del presidio, la continuità dei controlli, la capacità di intervenire non solo sull’effetto ma sulle cause.

La sicurezza non è un dato assoluto. È un equilibrio. E quell’equilibrio si misura ogni giorno nelle strade, nei quartieri, nei pronto soccorso e nei tribunali.

Fonti statistiche d’archivio: La Nuova, L’Unione, Olbianova

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