“Il teatro di Olbia è un’opera resiliente”. E’ una delle definizioni usate da Corrado Marcetti, forse la più calzante, per sintetizzare l’ultima opera del grande architetto toscano, suo maestro, morto all’età di 90 anni a Fiesole. Non a caso, infatti, l’opera che l’archistar disegnò senza vederne lo sviluppo incastonato a pochi metri dalle rocce di Sa Marinedda, resiste ai vandali, all’incuria delle amministrazioni comunali e agli inevitabili segni del tempo. Ma il “Michelucci”, così lo chiamano gli olbiesi, resiste soprattutto nella memoria. Marcetti, davanti a un’attenta platea, ha scelto uno degli ambienti ideati dal maestro per parlare del concetto di teatro nell’opera e nella vita di Michelucci.
La conferenza di Marcetti di ieri, presente il sindaco Settimo Nizzi, potrebbe segnare il punto di partenza per una nuova vita del teatro. Un accordo siglato con la Fondazione Michelucci di Firenze e un finanziamento di circa 600 mila euro per la realizzazione dell’annunciata biblioteca musicale internazionale, potrebbero segnare la svolta definitiva per il suo utilizzo.
“Michelucci disegnava a mano su qualsiasi pezzo di carta avesse tra le mani – racconta l’architetto Marcetti -. Capitava, come si vede in questa diapositiva, che disegnasse una struttura nello stesso foglietto dove si appuntava l’orario della visita del dentista”.
La figura di Giovanni Michelucci, raccontata da Corrado Marcetti, è tanto aspra, come il suo linguaggio verace, quanto creativa e piena di idee. “Lui disegnava sempre partendo dall’interno degli spazi che inventava. Le facciate arrivavano per ultimo e odiava gli architetti che partivano dall’esterno. Michelucci puntava la matita dallo spazio in cui l’uomo, centrale nella sua idea strutturale, si sarebbe mosso. E intorno all’uomo ideava le sua città che disponeva sempre e in ogni caso, di un teatro”.

Splendidi gli esempi schizzati a matita che sono diventati progetti e poi edifici storici. Dalla meravigliosa Stazione di Firenze Santa Maria Novella alla geniale rivisitazione della Distilleria Aurum di Pescara, dalla Limonaia di Villa Strozzi alla Chiesa di San Giovanni Battista di Arzignano.
Sembra un gioco del destino ma il lungo elenco delle sue opere parte dall’estremo nord e termina con Olbia. In mezzo c’è l’opera integrale del maestro come avesse dipinto una tela partendo dall’alto verso il basso. La prima opera, infatti, risale 1916 con la Cappella di Caporetto e si chiude nel 1988/1990 con il Teatro di Olbia (progetto e direzione lavori di Luca Emanueli e Corrado Marcetti). La speranza è che l’ultima sua opera, non conservi esclusivamente lo spirito resiliente ma diventi un edificio compiuto e soprattutto, coerente con il pensiero di Giovanni Michelucci, centrale per la comunità olbiese.

