La Procura non ha dubbi. Una delle zie del bambino di 11 anni rinchiuso nella sua cameretta dai genitori che andavano a divertirsi, non solo era al corrente di tutto ma, da quanto è emerso nel corso delle indagini, svolgeva un ruolo attivo nella segregazione sistematica del minorenne.
Tutto l’opposto dell’altra zia, quella che l’11enne aveva tentato di chiamare al telefono la sera in cui venne alla luce, in tutta la sua drammaticità, l’intera vicenda. Come si ricorderà (la vicenda emerse il 1°luglio 2019) il bambino aveva un telefono cellulare senza sim e, dunque, come avviene in ogni smartphone, poteva comunicare soltanto con il numero di emergenza.
Dall’altro capo del telefono rispose un bravo Carabiniere che si rese conto della maturità del minorenne nel raccontare cosa stesse succedendo. Chiese di contattare la “zia n°2”, quella buona, l’unica capace di cure amorevoli, ma grazie alla sensibilità del militare, parlò liberamente e con grande lucidità, di come non fosse la prima volta che i genitori lo avevano rinchiuso nella sua camera disadorna e senza lettino lasciandogli un secchio per i bisogni.
L’appuntato lo rassicurò tenendolo al telefono mentre una pattuglia dei militari di Arzachena individuava e faceva irruzione in quella che apparve, già dal primo momento, come “la casa degli orrori”. La maniglia della porta smontata e poggiata su un mobile, la voce del piccolo che li guidava fino a quando quella porta non si aprì definitivamente liberando la vittima di ripetuti maltrattamenti.
Da allora, dopo l’arresto dei genitori, la Procura di Tempio Pausania ha allargato le indagini anche attraverso intercettazioni telefoniche. È in questa fase, sviluppata dai Carabinieri di Arzachena, che sarebbe emersa la responsabilità della “zia n°1”. Nessun ispiratore, a quanto pare, ma tutti e tre con eguale responsabilità. Tre persone mature e ben inserite nella società, che vivevano una vita esternamente irreprensibile, ben lontano da vicende borderline di cui sono piene le cronache.
È propio questo che lascia sgomenti. L’accusa è devastante: maltrattamenti in famiglia con l’aggravante del concorso. Al momento, secondo la Procura, non c’è alcun elemento che possa sfumare le responsabilità dei tre o, in qualche modo, attenuare la loro posizione. Sarà questo il terreno in cui gli avvocati difensori dovranno muoversi. Ora in carcere sono in tre, padre madre e la “zia n°1” del bambino che dal 1° luglio scorso si trova in una comunità protetta libero di affrontare giorno dopo giorno il lungo e fragile cammino di una nuova vita.


