Per questo signore – sì, un signore – oggi è un giorno speciale, roba che non si dimentica. Già, è il 2 novembre e Gavino Sanna (che io chiamo affettuosamente Pilìu da tempo immemorabile) non solo compie gli anni (quanti? non importa), ma va in pensione. Giochetti del destino, che trasformano una data che tutti onorano e rispettano per ricordare chi non c’è più, in un momento indelebile della propria esistenza. Una premessa: Gavino non sa della mia decisione di salutarlo con queste parole. Forse, quando se ne accorgerà, si arrabbierà almeno un po’, ma corro volentieri questo rischio.
Quando, agli albori degli anni ’80, mi affacciai alla redazione (pardon, ufficio di corrispondenza) della Nuova Sardegna, trovai già Gavino Sanna. Stava lì da un anno, a consumarsi i polpastrelli per i due cronisti che presidiavano la sede del giornale più letto nel nord Sardegna, dopo Sassari: il compianto Antonello Gosamo e Antonio Satta.
Prima di chiamarlo Pilìu (da Bainzu), però, passarono molti anni. Io lo conoscevo con il soprannome di “Spuma”, affibbiatogli dai suoi amici forse perché amava particolarmente quella bibita, antesignana della cocacola, oggi tristemente estinta. Andammo subito d’accordo. Bastava uno sguardo per capirci, per affinare l’intesa. Mi accorsi subito di una qualità che non si compra al mercato: ce l’hai o non ce l’hai. Lui era un cronista nell’animo: cioè valutava in anticipo che quello scatto era finalizzato a trasformarsi in una foto che finiva su un giornale. Non era una foto fine a se stessa: si doveva essere rapidi e cogliere lo sguardo o l’inquadratura più efficaci per la pubblicazione.
In via D’Annunzio, nella casa della famiglia Cervo, in quella redazione di pionieri, di artigiani della notizia, lui si era ricavato uno spazio tutto suo, dove, per entrare, bisognava chiedere il permesso. La camera oscura, il suo regno. I rullini, gli acidi, le bacinelle, l’ingranditore, il fon per asciugare e le mollette per appendere le foto, la luce soffusa, da night club. Immagini che si affastellano nella mente, unite al rito della spedizione della foto a Sassari, in redazione.
Il metodo (lo stesso del fax) oggi farebbe scompisciare dalle risate: l’immagine si avvolgeva attorno a un cilindro di metallo (veniva fissata con appositi marchingegni) e – a Dio piacendo, e soprattutto alla qualità della linea telefonica – dopo un quarto d’ora di giri attorno a quel rullo, con il sottofondo di un fruscio che ti perforava i timpani, la fotografia atterrava nel tavolo del caporedattore della Nuova Sardegna di Sassari, pronta per essere impaginata.
La linea cadeva spesso, e bisognava ricominciare tutto daccapo, ma lui, Gavino, non imprecava. Al massimo un piccolo “vaffa…”, e ripartiva con un sorriso grande così. Già, il sorriso. È stata e sarà la cifra di questo piccolo grande eroe dello scatto, che ha mantenuto rapporti eccellenti con tutti i colleghi (compresi quelli di altre testate che non fossero La Nuova Sardegna): cosa rara, nel nostro mondo.
La bonomia, il gusto per la battuta, l’ironia, le citazioni in limba dei personaggi dell’olbiesità perduta, l’amore per l’Olbia calcio, gli spuntini, l’abilità nel preparare cenette squisite, dai sapori forti, ma un sollucchero per il palato di diverse generazioni di giornalisti e di ospiti, capitati nelle varie redazioni (via Roma, via Redipuglia, ma anche in quelle successive). Altre immagini, queste, che mi rimbalzano nella mente, oggi, nel giorno del saluto unito all’augurio di ogni bene.
Gavino è stato un compagno di lavoro impagabile, indimenticabile, ma è stato (e soprattutto è) un Amico vero, con la A maiuscola. Abbiamo riso molto (da farsi venire il mal di pancia) quando c’era da ridere; è stato ideatore e organizzatore di scherzi passati alla storia; abbiamo condiviso qualche dolore per i cari colleghi passati a miglior vita; non sono mancati momenti delicati e complicati (penso alle cronache dei sequestri di persona, di omicidi, rapine, vittime di incidenti stradali).
Caro Gavino, so che non appenderai la macchina fotografica al chiodo, ma la userai per regalare scatti a tua moglie Anna, a tua figlia Laura, alla tua amatissima famiglia, con la tecnica che hai imparato in fretta per rimanere al passo con i tempi. Grazie Gavino, Olbia (e non solo Olbia) ti deve molto. Anzi, grazie di tutto, Pilìu.

