E così Olbia perde un altro pezzo. Unu “bicculu” (per dirla in dialetto) importante, di peso. Tonino Carrettone ci ha fatto un ultimo scherzo, lui che amava ironizzare su tutto, accompagnando i suoi racconti di vita con il suo tipico caracollare, con la testa che ruotava da una parte all’altra, che ritmava le cadenze della sua narrazione.
E sì, perché Tonino – l’ho appena chiamato con il soprannome di famiglia, non per mancanza di rispetto, ma solo perché molti olbiesi ignoravano il fatto che si chiamasse Usai – è stato uno di quei figli di Olbia che lasceranno il segno per la sua appartenenza a un’umanità spesso vociante, arguta, a volte ribelle che piano piano si sta riducendo a minoranza sparuta, purtroppo.
Tonì, lascerai il segno anche per il profluvio di aneddoti di cui sei stato protagonista diretto e indiretto. Certo, per rendere più succulento il racconto, anche Tonino ci “ricamava” un po’ su, amplificando le gesta che producevano effetto su chi ascoltava, e glissando su qualche aspetto che poteva essere oggetto di scherno o di sfotto’ da parte di un uditorio spesso volutamente ingeneroso. E lo faceva con quel tocco di spavalderia che caratterizza ancor oggi alcune generazioni di figli di Olbia che amano – fino al punto di crogiolarsene, di sguazzare in tanta felicità – sentirsi una colonna portante di questa città, felice anche nel nome.
Selezionare gli aspetti più gustosi della sua vita “movimentata”, è complicato. Prima, per quei pochi che non l’hanno conosciuto, occorre dire che cosa è stato Tonino Usai, cos’ha fatto, in quali settori si è cimentato. E’ stato un eccellente arbitro di calcio, una delle sue infinite passioni. E’ stato un abilissimo incantatore di commercianti, quando gli è capitato di fare il rappresentante della Buitoni, o quando ha poi deviato sul settore degli occhiali.
E’ stato un comandante di barche eccellente, un vero lupo di mare, come possono attestare coloro che lo hanno visto all’opera fendere le onde, e intrattenere gli ospiti a bordo con la battuta salace e la generosità che gli era propria. E’ stato un pescatore provetto, e, come fanno tutti i pescatori, nei racconti delle battute non disdegnava di aumentare di… qualche etto il peso di ogni singolo pezzo (una volta, mentre pescava insieme con alcuni amici, aveva abboccato un pesce di dimensioni notevoli. E lui, mentre lavorava con la lenza per portarlo a bordo, urlava: “Dài, Carapelli, vieni qui…”. Pensava già alla marca dell’olio da usare per la sua cottura. Peccato che, a pochi centimetri dal bordo della barca, il pesce decise di staccarsi dall’amo e riguadagnare il mare…)
E’ stato un telecronista, un mito. Al punto che, come vedremo, il colore delle sue definizioni o dei suoi giudizi – scanditi con una voce baritonale tendente spesso al…. milanese – è stata, è ancora e lo sarà ancora per molto tempo la cifra del suo talento.
Partiamo proprio dalla (lunga) frequentazione con microfoni, telecamere e taccuini. Ecco un breve florilegio delle sue perle.“E la palla finisce da Maffei” (per significare che la punizione calciata da un attaccante del Pontedera aveva superato i confini del “Nespoli”). “Olbia 4, Canetto 1 (Canetto era il portiere dell’Isili)”. “E la palla attraversa lo specchio della luce”.
Vogliamo poi ricordare quando, durante la sua carriera di arbitro, in un campo di un paese della Sardegna, un acquazzone aveva cancellato le linee bianche? Nessuno era attrezzato per il loro ripristino: ci pensò lui, recuperando una lenza che teneva sempre in macchina e diresse personalmente i lavori di (ri)tracciatura del terreno di gioco.
Oppure vogliamo ricordare una cena memorabile in quel di Gubbio (si festeggiava l’anniversario di matrimonio di un amico, in occasione di una trasferta dell’Olbia) quando il cameriere gli servì dei tagliolini al tartufo e lui scambiò il sapore forte del pregiato tubero con un olezzo non proprio piacevole (ed elegante) attribuito a chi stava nel suo stesso tavolo? (In molti ridono ancora tanto, nel ricordo di quell’avventura).
Forte fisicamente, Tonino ha sempre sottolineato questa sua dote, anche quando nominava gli storici “cazzottatori” di Olbia. Ma un giorno, alla fine di una partita di calcio diretta in modo non proprio convincente (per chi aveva perso), un gruppo di tifosi lo inseguì, mentre lui guadagnava la via degli spogliatoi. “Usai, fermati”, gli intimarono i supporter, inferociti. E lui, di corsa, rispose: “Il regolamento non me lo consente”.
Potrei continuare, ma rischierei di tediare chi ha la pazienza di leggere. Tonino, l’ho rivisto non da molto. Stazionava nei pressi di piazza Regina Margherita, ciondolava in quel quadrilatero che delimita i confini del centro storico, salutava tutti, spesso rigenerando quel “fradì”, dispensato anche a chi, cugino, non era. Roba d’altri tempi. Abbiamo fatto due chiacchiere, e la sua espressione non era più quella di una volta. Avevi l’aspetto malinconico, retaggio di un gravissimo lutto che ti aveva segnato, nonostante tu avessi e abbia fatto l’impossibile per limitarne gli effetti nella vita di tutti i giorni, che, inesorabilmente, continua.
In una città multietnica come Olbia (70 etnìe presenti), assume ancora più valore la voglia di onorare la memoria di questo Olbiese innamorato della sua città, e benvoluto dai suoi concittadini.
Ciao Anto’ (io ti chiamavo così), che la terra ti sia lieve. Governa la (nostra) barca da lassù, fischiaci qualche calcio di rigore se occorre, racconta pure ai tanti amici che abbraccerai che Olbia avrà pure qualche difetto, ma resta sempre una comunità di persone generose, ironiche, ospitali, aperte, capaci di divertire e di divertirsi. E tu sentiti orgoglioso di essere stato un concentrato di queste caratteristiche.
Augusto Ditel

